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| Recensioni e discussioni



Michele Ciliberto, Disincanto rinascimentale, «Il Sole 24 Ore», 29 maggio 2016



Le Edizioni della Normale hanno varato una nuova collana di «Classici tradotti» inaugurata da due testi assai importanti: il De incantationibus di Pietro Pomponazzi e l’Etica di Campanella, di cui per le stesse Edizioni era uscito il testo latino a cura di Germana Ernst, che ora lo ha tradotto anche in lingua italiana.
Il testo di Pomponazzi – presentato con il titolo Le incantazioni – è stato tradotto da Vittoria Perrone Compagni che, oggi, è la maggiore studiosa del suo pensiero: oltre a pubblicare su di lui molti saggi, ha curato l’edizione italiana di altri suoi testi cruciali, dal De immortalitate animae al De fato – un testo da ogni punto di vista eccezionale per il contributo che offre a uno dei problemi più discussi fra Quattrocento e Cinquecento, da Valla a Erasmo, a Lutero: quello del libero arbitrio.
Composto nel 1520 – come si arguisce dalla data di sottoscrizione apposta dall’autore: 16 agosto 1520 –, il De incantationibus è scritto quasi contemporaneamente al De fato, ed è effettivamente «l’esito di una lunga riflessione», che probabilmente si estende anche al di là di questa data (come sottolinea Perrone Compagni, nelle prime righe della sua bella Introduzione). «Opera destinata a far epoca proprio per la sua carica eversiva», «testo famoso per lo scandalo che destò nei secoli» (per riprendere due giudizi di Eugenio Garin), esso ha avuto una notevole fortuna anche nel Novecento, testimoniata dai lavori di studiosi come Cassirer e lo stesso Garin, intrecciandosi, lungamente, al problema della nascita della scienza moderna.
È, questo, un punto che appare con chiarezza proprio dai giudizi di Cassirer, che al De incantationibus dedica pagine centrali nel suo libro su Individuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento: in Pomponazzi, scrive Cassirer, la causalità «rimane certo ancora legata al mondo tradizionale delle rappresentazioni astrologiche», non essendovi in lui «ancora una scienza esatta della natura». «Ma... una volta rotti questi quadri ed il concetto di causa astrologico sostituito da quello matematico-fisico, quest’ultimo non troverà più nessuna resistenza intima, che si opponga alla sua formazione. In questo senso mediato, anche l’opera strana ed astrusa del Pomponazzi, da un punto di vista puramente metodologico, ha aiutato a preparare il terreno al nuovo modo di concepire l’accadere naturale, proprio delle scienze esatte».
In un testo del 1976, Lo zodiaco della vita, Garin si muove in una prospettiva differente, ribadendo, certo, l’importanza del testo di Pomponazzi, ma situandolo nella polemica sulla astrologia dal Trecento al Cinquecento, e mostrando come esso si contrapponga alle posizioni di Giovanni Pico della Mirandola e alla critica della astrologia che egli svolge in un altro testo capitale, le Disputationes adversus astrologiam divinatricem. Su questo sfondo Garin opera una rigorosa storicizzazione del De incantationibus in due direzioni: da un lato, lo interpreta alla luce del problema della causalità che attraversa tutta quella discussione, coinvolgendo anche il problema delle religioni, del loro nascere e del loro morire; dall’altro, sottolinea come il dialogo tra Pomponazzi, Pico ed anche Ficino concluda, non apra, un intero periodo storico, perché successivamente i problemi saranno impostati in altri termini: «di fondazione della scienza; di fondazione della astronomia come scienza; di filosofia della storia e delle società umane».
Uno dei meriti principali del lavoro della Perrone Compagni è precisamente quello di sviluppare ed arricchire questo approccio rigorosamente storico, con un ampio apparato di note, oltre che con l’Introduzione già citata, tenendo fermo un punto essenziale: scopo del testo di Pomponazzi è spiegare «scientificamente» tutta la realtà naturale, eliminando le presenze e l’intervento dei demoni su cui aveva fatto perno la letteratura inquisitoriale, impedendo una corretta comprensione del mondo.
«Corpora coelestia... universum gubernant et conservant», scrive Pomponazzi, e questo riguarda anche le religioni, le quali nascono, si sviluppano, e muoiono, come sta accadendo, a suo giudizio, anche al cristianesimo. Ciò si può capire da un fatto preciso: quando una nuova religione sorge, essa è accompagnata da grandi prodigi e miracoli, i quali hanno una causa naturale; mentre quando una religione tramonta e finisce, i miracoli vengono meno e le preghiere non hanno più effetto, a conferma che un ciclo è ormai definitivamente compiuto. Anche la vicenda delle religioni è dunque determinata dalle stelle, come ogni evento umano: qualsiasi fenomeno, anche il più strano e singolare, può essere spiegato su basi razionali, attraverso cause naturali. Il che non toglie, ritornando alle religioni, che esse possano svolgere una funzione educativa nella società, configurandosi come strumento per governare i popoli rozzi ed ignoranti. È per questo che sono stati introdotti angeli e demoni: per spingere il volgo verso il bene e allontanarlo dal male. Favole di cui i sapienti non hanno bisogno.
Che un testo così netto e radicale abbia suscitato polemiche e violente discussioni non stupisce; il De incantationibus è uno dei contributi più importanti alla costruzione – dura e faticosa – delle «libertà dei moderni», attraverso un approccio scientifico di tipo naturale alla realtà imperniato sul paradigma astrologico. In questo senso, è, effettivamente, un capolavoro della scienza rinascimentale, che, come si vede anche dai pochi testi citati, è però altra cosa dalla scienza moderna. Concetto che si potrebbe ribadire per altri grandi protagonisti del Rinascimento – da Bruno a Campanella. Se c’è oggi un lavoro da svolgere, è proprio quello di sganciare questi autori dalle genealogie costruite dai “moderni”, considerandoli nella loro autonomia e specificità. Tra gli altri meriti, questa traduzione commentata del De incantationibus ha anche quello di andare in questa direzione.