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| Recensioni e discussioni



Gregorio Piaia, [recensione a:] Giordano Bruno. Parole, concetti, immagini, direzione scientifica di Michele Ciliberto, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento-Edizioni della Normale 2014, 3 voll., «Rivista di storia della filosofia», 1, 2016



Un corpus di 1213 voci per un totale di 2127 pagine di grande formato e in corpo minore su due colonne (vol. I: Lettere A-I; vol. II: Lettere J-Z), più 200 pagine di Apparati (vol. III); una équipe di 40 collaboratori (di cui 20 facenti capo alla Scuola Normale Superiore di Pisa e 8 all’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento) coordinati da Michele Ciliberto, di cui è ben noto l’apporto allo studio e alla conoscenza di Giordano Bruno. Nella loro essenzialità questi dati lasciano bene immaginare la mole di lavoro sottesa a quest’opera, che viene a coronare una pluridecennale attività dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, volta all’edizione, traduzione e commento delle opere di Bruno e accompagnata da una notevole produzione monografica sul pensiero  del   Nolano  e  sulla  sua  fortuna  ed  interpretazione.  L’opera  si  presenta  con  la  veste esteriore dell’enciclopedia, ma rivela uno spessore scientifico che va ben oltre la semplice e rapida consultazione, nella quale è solita esaurirsi la fruizione dei comuni strumenti enciclopedici. Siamo agli antipodi, per intenderci, di Wikipedia, ma siamo anche lontani dalle enciclopedie filosofiche oggi in circolazione; il paragone va semmai fatto con un’opera come l’Enciclopedia dantesca, pubblicata in 5 voll. (più uno di appendice) dall’Istituto della Enciclopedia Italiana fra il 1970 e il 1978, e le cui voci offrono sovente  non  solo  informazioni  di  base,  ma  piccole  quanto  preziose  trattazioni monografiche. In  effetti,  scorrendo  questa  enciclopedia  bruniana  si  ha  l’impressione  di  trovarsi di fronte non a una lunga serie di voci bensì ad altrettante monografie, circoscritte nel tema ma frutto di uno scavo puntuale e dagli esiti sovente innovativi. Non a caso il  modello  cui  si  ispira  quest’opera  collettiva  è  rappresentato  dal  benemerito Lessico intellettuale europeo, di cui Michele Ciliberto fu a suo tempo collaboratore, pubblicando nel 1979 il Lessico di Giordano Bruno.
L’opera,  s’è  detto,  è  divisa  in  due  parti:  il  Lemmario,  riservato  alle  «parole»,  ai «concetti» e agli autori, e gli Apparati, in cui troviamo, insieme con gli indici, la riproduzione di 51 xilografie tratte dalle prime edizioni delle opere bruniane. Le 1213 voci del Lemmario sono  state  individuate  sulla  base  di  quattro  criteri:  a)  presentazione  e analisi  di  singole  opere  di  Bruno;  b)  termini  e  concetti  del  lessico  bruniano;  c)  fonti (con  riferimento  ad  autori  antichi,  medievali  e  contemporanei  a  Bruno);  d)  studiosi  e interpreti  della  «nolana  filosofia»,  ossia  storia  della  fortuna  e  della  critica.  Oltre  alla raccolta  di  immagini  il  volume  degli  Apparati contiene  l’indice  alfabetico  dei  lemmi (ovvero delle voci) con i rispettivi autori, la lista delle sigle delle opere bruniane, l’elenco delle fonti sul pensiero e sulla fortuna di Bruno, la bibliografia secondaria citata nel  corso  dell’opera  e  infine  l’indice  complessivo  dei  nomi.  Manca  invece  un  indice dei lemmi raggruppati secondo il quadruplice criterio tematico appena menzionato, ed è un vero peccato, perché questo indice avrebbe favorito una consultazione più organica e interattiva; si pensi ad es., nelle voci della lettera R, alla sequenza Regnault Jean, Relazione, Religione, Rensi  Giuseppe, Republica, Reuchlin  Johann, Rhetorica, Ricchezza, Ricchieri  Ludovico, Riforma,  che  suona  inevitabilmente  dispersiva,  data  la pura successione alfabetica.
Già ad una prima rapida scorsa le voci sui «concetti» risultano naturalmente le più incisive.  Il  ventaglio  di  tali  voci  è  essai  ampio  e  va  da  quelle  più  ovvie  e  scontate (come Anima, Corpo, Furore, Infinito, Materia...)  a  quelle  in  apparenza  marginali, come Categoria, Circulus, Denso, Efflusso, Istinto, Libertà, Maschio, Medicina, Orizzonte, Poesia, Pittura, Popolo, Piacere, Perturbatio, Potestà, Soggetto, Toleranza, Traduzione, Triangolo, Umido, Tropico, Tristezza, Volgare, Volto, Vox... Vediamo, a mo’ di esempio, una voce “strategica” come Furor, stesa da Salvatore Carannante (vol. I, pp. 788-794). La voce si apre con «Le fonti di Bruno», ricostruite con precisi richiami testuali a partire dal Fedro – ma non manca un accenno alle Tusculanae disputationes – per poi soffermarsi sul commento di Ficino al Simposio (in cui è affermata la superiorità del furore erotico, «potentissimo» e «prestantissimo») e concludere con il furor nella Oratio de hominis dignitate di Pico. Segue l’esame della concezione bruniana dell’«eroico furore», condotto con notevole perspicuità ed efficacia. Tale concezione viene inserita «nella necessità di problematizzare e ripensare le possibilità conoscitive dell’uomo alla luce dell’ontologia della Vita-materia infinita elaborata nei dialoghi cosmologici,  in  cui,  intrecciando  rigetto  del  geocentrismo  e  rifiuto dell’antropocentrismo,  l’uomo  è  posto  sullo  stesso  piano  di  tutte  le  altre  creature  sottomesse  all’incessante mutazione vicissitudinale e rinchiuso in un orizzonte umbratile. La comunicazione tra i diversi livelli del reale, in particolare quella tra uomo e Dio, ed il processo di raggiungimento dell’unità devono così percorrere nuove vie, la cui individuazione trova proprio nell’eroico furore la sua espressione» (p. 790a). Viene quindi messo a tema il rapporto «Furore e sapienza», in quanto «l’eroico furore pone in condizione di scorgere nell’apparenza sensibile l’allusione all’unica divinità che tutto vivifica, al deus in rebus,  promuovendo  una  riforma  interiore  che  approda  ad  una  lacerazione  del  sé,  ad una  radicale  trasformazione  della  coscienza  ben  evidente  nel  confronto  tra  due  figure essenziali nell’economia teorica dell’opera, vale a dire il sapiente e lo stesso furioso» (p. 791b). La quarta ed ultima sezione di questa voce è dedicata alle «Riflessioni sull’entusiasmo  nell’età  moderna:  Shaftesbury,  Schelling,  Hegel»  ed  è  giustificata  dal ruolo di “cerniera” svolto da Bruno, che «rappresenta un punto d’arrivo della meditazione  filosofica,  soprattutto  rinascimentale,  sul  furore  filosofico  e,  al  contempo,  un punto  di  partenza  per  il  pensiero  successivo,  contribuendo  in  misura  considerevole  a fare dell’entusiasmo un terreno di confronto per la filosofia moderna» (p. 792b).
Nel loro insieme queste voci (o lemmi) sui «concetti» concorrono, come altrettante tessere di un grande mosaico, a ricomporre la complessa struttura teorica del discorso bruniano; al punto che, a prescindere dal caso specifico, viene da chiedersi se, volendo effettivamente mirare alla “comprensione” di un qualsivoglia pensatore, questo procedere per lemmi fra loro coordinati grazie ai rimandi interni non sia in fondo un metodo assai  più  corretto  ed  efficace  di  certe  voluminose  ricostruzioni  complessive  che  alternano la pedissequa esposizione ai voli più o meno ermeneutici e finiscono sovente per intralciare il rapporto con i testi oggetto di studio, rivelandosi utili solo ai fini concorsuali.  Ma  anche  le  voci  sulle  fonti  e  sulla  fortuna  di  Bruno  offrono,  insieme  con  una ricca  messe  di  notizie  in  grado  di  soddisfare  la  curiosità  erudita,  spunti  interessanti  e possibili piste di ricerca. Un solo esempio fra i tanti: la voce Bruxius Adam, redatta da Francesca Dell’Omodarme sulla scorta degli studi di Walter Pagel e di Loris Sturlese, mette bene a fuoco l’influsso dello scritto bruniano De imaginum compositione sull’opera mnemotecnica del medico paracelsiano e rosacrociano Adam Bruxius, soprattutto in ordine all’«importanza della luce nella trasmissione delle immagini»: un’importanza che  assume  un  valore  ontologico  e  insieme  cosmologico,  per  cui,  muovendo  dal  De immenso, questo autore tedesco fa coincidere la luce «con lo spiritus ovunque diffuso, recuperando suggestioni neoplatoniche e avvicinando spiritus universalis e spiritus individualis,  in  una  prospettiva  che  Bruxius  coglie  nella  sua  contiguità  con  le  dottrine paracelsiane» (vol. I, p. 265a). In effetti, per quanto riguarda la fortuna di Bruno si può dire che l’insieme di queste voci consente di ripercorrere una larga parte del pensiero moderno secondo un’angolatura ovviamente ristretta, ma proprio per questo assai utile a  porre  in  luce  zone  rimaste  in  ombra  o  in  penombra,  che  concorrono  a  una  migliore messa  a  punto,  superando  certi  rigidi  schemi  della  tradizionale  storiografia  filosofica. Quanto poi alla storia della critica bruniana, che s’intreccia con la storia della fortuna, va segnalata l’attenzione riservata ai maggiori storici della filosofia del Settecento e del primo Ottocento, da Pierre Bayle al Buddeus e al Brucker, da Diderot a Victor Cousin, dal Buhle al Tennemann (è invece assente il Degérando, che con la sua Histoire comparée des systèmes de philosophie fece da tramite, assai prima del Cousin, fra la cultura francese e la rigogliosa storiografia d’oltre Reno).
Ma veniamo all’Introduzione di Michele Ciliberto a questa summa bruniana (vol. I, pp.  5-14).  Essa  reca  in  esergo  una  significativa  citazione  dalle  Lezioni  americane di Italo  Calvino  («Lo spiritus  phantasticus secondo  Giordano  Bruno  è  “un  mondo  o  un golfo,  mai  saturabile,  di  forme  e  d’immagini”.  Ecco  io  credo  che  attingere  a  questo golfo della molteplicità potenziale sia indispensabile per ogni forma di conoscenza»). Il  titolo  dell’Introduzione,  Un  pensiero  di  confine,  sintetizza  l’immagine  qui  proposta
di Bruno: non più “precursore” del pensiero moderno, secondo una gloriosa quanto vetusta interpretazione, bensì «uomo di confine», che «si muove in una prospettiva ontologicamente  differente  da  quella  “moderna”»,  ma  nel  contempo  «intuì,  e  sviluppò, concetti essenziali come quello di infinito; argomentò il concetto del lavoro come predicato dell’uomo e fondamento della civiltà; valorizzò il corpo come principio di differenza fra gli enti naturali; spezzò le regole della poetica aristotelica, assumendo l’infinita, e libera, creatività di ogni poeta; attraverso le immagini scoprì, teorizzò e praticò una via originalissima di accesso alla verità, facendo i conti con l’intuizione dell’infinito, senza sprofondare l’uomo nel nulla [...]» (p. 11). Centrale è, in questa prospettiva, la nozione di immagine, che non a caso è presente anche nel titolo dell’opera e si collega alla nozione bruniana dell’infinito e dei suoi effetti: «la realtà, su tutti i piani, è ombra,  è  immagine;  né  l’uomo  può  sfuggire  a  questo  destino:  essere umbra.  Può, sia pure  per  un  attimo, vedere  la  “prima  verità”,  ma  nell’ombra  della  natura.  E  può  farlo solo attraversando  la  selva  delle  immagini,  delle  similitudini.  Se  l’uomo  si  chiudesse nella dimensione del concetto, in un orizzonte puramente intellettuale, egli non riuscirebbe mai ad intravedere qualcosa della “prima verità”. È l’immagine che rende possibile il  pensare,  stringendo  in  un  nodo  ragione  e  passione,  intelletto  e  volontà,  proiettando, nell’infinito, l’uomo oltre il limite in cui è ontologicamente collocato» (p. 12). 
L’introduzione si chiude con la dedica dell’opera alla memoria di Nicoletta Tirinnanzi, che ci ha lasciati improvvisamente e prematuramente nel luglio 2012, interrompendo così la sua collaborazione a questa enciclopedia bruniana. Una dedica assai meritata, se si tiene presente il contributo che Nicoletta, con dedizione pari alla passione, ha offerto alla più recente stagione di studi bruniani.