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| Recensioni e discussioni



Luciano Canfora, Il Machiavelli repubblicano,«Corriere della Sera», 25 aprile 2016



È nata, per le Edizioni della Scuola Normale di Pisa, una nuova collana intitolata «Codice europeo». Sono monografie essenziali: perché riguardano temi e personaggi di primaria importanza, e perché la trattazione è asciutta, appunto essenziale. Il primo volumetto, Rinascimento (pagine 112, euro 10), è di Michele Ciliberto, che quelle edizioni dirige e, per esse, aveva già dato vita l’anno passato a una monumentale enciclopedia bruniana: Giordano Bruno. Parole concetti immagini (tre volumi, il terzo dei quali è interamente riservato agli apparati, anche iconografici). Il lemmario dà un’idea della vastità di orizzonti di questa enciclopedia: sia sul versante delle fonti (non solo antiche), sia sul versante degli interpreti moderni di Bruno; speciale cura è stata dedicata alla enucleazione delle realtà fisiche e concettuali che costituiscono la materia prima della riflessione bruniana. Giordano Bruno ritorna, in un breve capitolo conclusivo, anche all’interno di questo volumetto inaugurale della nuova collana. Esso si apre con un capitolo introduttivo che ruota intorno al concetto secondo cui l’idea illuministica di Rinascimento come rottura col passato è una generosa costruzione storiografica da archiviare.
Non faremo torto all’autore se diciamo che però è la rilettura di Machiavelli (pp. 39-84) il «cuore» del libro. Contro la consuetudine di porre al centro Il Principe, l’attenzione è rivolta quasi esclusivamente ai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, e in particolare al libro III. Dunque un Machiavelli soprattutto «repubblicano» e nemico del potere assoluto o monarchico in qualunque forma esso si manifesti. Il Principe appare una sola volta (p. 74), per la celebre, detestabile, immagine del XXV capitolo, sulla Fortuna che va picchiata come si farebbe con una donna («la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla»). Per il resto il saggio elabora una chiave di interpretazione che investe l’intera concezione machiavelliana. Ciliberto la definisce «paradigma della vita». Ed è alla luce di tale «paradigma» — cioè della visione degli Stati come organismi viventi — che interpreta la molto discussa espressione che si trova subito al principio del libro III (cap. 1,1): ricondurre le repubbliche «inverso i principî loro». Una densa nota di Corrado Vivanti (edizione Einaudi, 1983) dà conto delle molte interpretazioni di questo cruciale concetto: ritorno «ai principî», restaurazione del vecchio ordine, ritorno ad uno stato primitivo, ripigliare nuova vita e nuova virtù secondo una suggestione che Garin volle riconoscere nel Politico di Platone, forse noto a Machiavelli nella traduzione di Ficino. Credo che abbia ragione Ciliberto nell’ancorare quel concetto al «paradigma della vita» ed a tentarne un inveramento proprio nella vicenda storica di Roma dalle origini alla deriva autocratica culminata nella vittoria di Cesare. È possibile che la suggestione sia di matrice ermetica, il Lamento di Asclepio da cui Machiavelli trarrebbe la nozione del ritorno a una condizione biologicamente originaria (ciclo che peraltro non può ripetersi indefinitamente).
Ma proprio perché l’inveramento del «paradigma della vita» è tutto calato nella storia e nella parabola di Roma antica, non andrebbe esclusa la fonte storica latina più apertamente — sin dal proemio — incentrata sul paradigma della vita umana come chiave per interpretare la storia di Roma, e cioè la Epitoma de Tito Livio di Anneo Floro.