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| Recensioni e discussioni



Gianni Paganini, Giordano Bruno. Parole, concetti, immagini, «L'Indice dei Libri del Mese», giugno 2015



Centoventisei anni dopo l’inaugurazione (1889) del monumento a Giordano Bruno, si può dire che il filosofo abbia trovato, dopo tante letture contrastanti e interpretazioni divergenti, un’opera capace di rappresentarlo a tutto tondo, come solo una vera e propria enciclopedia potrebbe fare. Questi tre poderosi volumi con più di duemila pagine in doppia colonna, uno intero di indici e apparati, divisi in milleduecento lemmi, offrono uno strumento che diventerà imprescindibile per conoscere l’opera, la biografia, le idee, le immagini, i concetti, gli autori e i personaggi collegati a Bruno. Si tratta di un’opera di sintesi, che offre il punto più alto delle conoscenze su Bruno, ma anche di un’opera di analisi e ricerca, prodotta da una schiera di validi studiosi raccolti intorno alla Scuola Normale di Pisa e all’Istituto di Studi sul Rinascimento di Firenze. Come tale, essa offre innumerevoli piste di ricerca che si prestano a essere rilanciate, approfondite, discusse, come avviene negli studi sul Rinascimento che hanno assunto una connotazione sempre più internazionale, pur mantenendo una forte impronta italiana. Dopo aver coordinato e diretto la realizzazione di questa imponente opera, Michele Ciliberto ne firma un’introduzione che vuol essere anche un bilancio centrato sulla nuova immagine di Bruno (Un pensiero di confine) che ne scaturisce. Giustamente il curatore rivendica il carattere “enciclopedico” di questo lavoro che ambisce a essere a un tempo esauriente e organico. Se ne ha una riprova nel fatto che il lettore o anche soltanto il consultatore può costruirsi un suo personale itinerario all’interno dell’opera, privilegiando i concetti (innanzitutto quelli classici e indispensabili di infinito, centro, circolo, sostanza, mondo, vita ecc.) o i campi del sapere (da arte della memoria ad astronomia, da magia e logica a medicina, ecc.), le opere, i termini caratteristici (con una predilezione per il lessico italiano, ma non mancano le voci latine), gli autori e le fonti del pensiero bruniano, i filosofi che ne hanno subito l’influenza o ne hanno discusso (qui la scelta è vastissima: da Descartes a Hegel, da Goethe a Schelling), le interpretazioni storiografiche (solo qualche nome: Aquilecchia, Badaloni, Cassirer, Corsano, Gentile, Garin, Warburg, Yates, ecc.), gli episodi biografici e i luoghi, gli interlocutori e gli avversari (da Calvino a Galileo e Campanella), e si potrebbe continuare ancora a lungo moltiplicando gli itinerari resi possibili dalla straordinaria ricchezza dell’opera. Aperta alla libera consultazione (Bruno era in fondo paladino della “libertas philosophica” come ci ricorda una voce apposita), questa enciclopedia bruniana ha tuttavia una sua fisionomia ben definita che riflette tutta un’evoluzione avvenuta nel campo degli studi. Anche se i lemmi sono il risultato di ricerche personali che riflettono anche gli interessi dei rispettivi autori, tuttavia l’insieme è figlio di una svolta storiografica e interpretativa che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni. Opportunamente Ciliberto la descrive nella sua introduzione come un vero e proprio cambio di paradigma, legato a sua volta alla crisi del concetto classico di Rinascimento, crisi iniziata con Emile Gebhart, Henry Thode, Konrad Burdach e consumata nell’arco che va dalle ricerche originali di Aby Warburg a Ernst Cassirer per giungere sino ai contributi più sistematici di Frances Yates e quelli della scuola italiana, con Eugenio Garin, Paolo Rossi e lo stesso curatore. Quella che tramonta è l’idea del Rinascimento come modello della modernità, mentre si afferma la convinzione che questa epoca possa e debba essere compresa nei suoi propri confini e non per quello che annuncerebbe o preparerebbe: di qui l’interesse per le nuove tematiche che sono anche quelle più lontane dalla modernità nei suoi tratti canonici. Arte della memoria, magia ed ermetismo (sovente intesi come termini intercambiabili, soprattutto da Yates, ma riportate qui alla loro specificità individua), figurazione e tecnica delle immagini, simbolismo e immaginazione escono dall’ombra in cui li aveva relegati il paradigma moderno (si veda qui la bella voce “ombra”, fondamentale per la costellazione del pensiero bruniano: è di Nicoletta Tirinnanzi, a cui è dedicata l’opera, dopo la prematura scomparsa). Non a caso l’enciclopedia privilegia, sin dal titolo, le “immagini”, un nodo teorico sul quale hanno insistito gli studi più recenti. Come scrive Ciliberto: “Se l’uomo si chiudesse nella dimensione del concetto, in un orizzonte puramente intellettuale, egli non riuscirebbe mai a intravedere qualcosa della ‘prima verità’. È l’immagine che rende possibile il pensare, stringendo in un nodo ragione e passione, intelletto e volontà, proiettando, nell’infinito, l’uomo oltre il limite in cui è ontologicamente collocato. Essa è il principio e la struttura dell’esperienza umana”. È attraverso l’immagine che Bruno rende la ragione più “energetica”, per usare l’espressione efficace di Warburg. Quello delle immagini è solo uno degli esempi in cui il cambio di paradigma determina le nuove letture della figura del nolano. In realtà, i rapporti di Bruno con il paradigma della modernità furono complessi e tormentati, fatti di esclusioni e resurrezioni, secondo cicli incostanti anche se ricorrenti. Come si ricorda nell’introduzione, Bruno fu di fatto escluso da quel manifesto della modernità che è il Discorso preliminare dell’Encyclopédie, così come era già stato ampiamente criticato da Bayle, ma alle origini dell’idealismo si assisterà a una vera e propria Bruno-Renaissance, parallela alla sua complementare Spinoza-Renaissance: in questo caso, proprio il panteismo che lo aveva condannato agli occhi di Bayle o di D’Alembert, diventerà per Hegel e Schelling la chiave per rivalutarlo.
In verità, anche una rapida scorsa alla fortuna e alla sfortuna di Bruno nella posterità (su cui l’opera fornisce una serie di voci praticamente esaustiva, con la sola assenza di Pascal che, pur senza nominarlo, dovette riflettere a fondo sull’infinito bruniano), dimostra che la figura di Giordano Bruno non si lascia né escludere né includere dal paradigma della modernità: troppo stretti sono i legami del suo pensiero con gli sviluppi cosmologici e metafisici della rivoluzione astronomica perché ne resti fuori, ma al tempo stesso c’è nella sua filosofia un’eccedenza eccentrica e irriducibile, che Ciliberto indica nel “principio della Vita-materia infinita”. Mentre l’enciclopedia dei moderni si presenta come un “progressivo processo di distinzione”, il principio ispiratore bruniano è “questa tensione tra le differenze in cui la Vita si esplica e l’unità da cui esse derivano, e che dà loro senso e funzione”. Forse l’ultimo a tenere insieme inclusione ed esclusione di Bruno nella modernità fu Ernst Cassirer, il quale con Individuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento partecipò sia dell’interpretazione forte, neo-kantiana della modernità, sia della lettura eretica di Warburg e della sua cerchia.
La scelta di Ciliberto, come si è già detto, va chiaramente nella direzione dell’originalità e della specificità di Bruno rispetto ai paradigmi consolidati: il nolano viene qui descritto come “un pensatore al confine tra due mondi” (tra ermetismo rinascimentale e nuova scienza), lo si vede muovere “in una prospettiva ontologicamente differente da quella moderna, come Machiavelli e Campanella”, se ne rivendica la specificità (“appartiene al Rinascimento”). Al tempo stesso Ciliberto reagisce a rovesciamenti troppo radicali, che vorrebbero rinchiuderlo nel “mondo dei maghi” (come Yates) o ne confinavano la valenza alla tradizione dell’ermetismo. Piuttosto, quello che emerge dall’opera è un Bruno capace di far saltare paradigmi troppo consolidati, sia che guardino all’indietro, come Warburg e Yates, sia che mirino soltanto in avanti. Per avere un’idea del modo in cui, all’interno dell’opera, agisce questa complicata operazione di smontaggio che è anche ricostruzione, prenderemo qui due voci esemplari: Centro di Simonetta Bassi e Montaigne di Nicola Panichi. Il lemma “centro” è ovviamente cruciale sia per il pensiero di Bruno sia per la sua connotazione più o meno moderna. In rapida sequenza, all’interno della voce, si succedono prospettive differenti e non riducibili a un profilo semplificato: nelle opere mnemotecniche il centro è un punto archimedeo a cui tutto si riferisce, ma nell’universo fisico, infinito, i centri sono infiniti; se la definizione ermetica della sfera infinita a cui Bruno attinge al fondo è ancora teologica, il concetto viene però da lui declinato in chiave nettamente cosmologica; infine, nelle opere latine, più speculative, e nello Spaccio, l’universo policentrico di Bruno si presenta “pulsante di una vita che si esplica dal centro al cerchio coordinando gli aggregati atomici”. Si ritorna così alla dimensione vitale che è la vera eccedenza bruniana rispetto al paradigma. Se si guarda alle primissime influenze di Bruno, il caso Montaigne è esemplare: un passo della prima edizione degli Essais, tratto dall’Apologie de Raymond Sebond “mostra spiccata sintonia con il tema cosmologico bruniano più suscettibile di peculiari implicazioni morali”. Il riferimento a “qualche” filosofo contemporaneo, sostenitore della compatibilità dell’idea di mondi infiniti serve a Montaigne per decostruire l’illusione antropocentrica, con la sua presunzione di far corrispondere un unico mondo alla posizione centrale dell’uomo nella “scala della natura”. Dunque, anche la fortuna di Bruno è piena di questi intrecci talvolta paradossali. Così un autore molto prudente come Descartes, che proprio per distaccarsi dall’infinitismo bruniano volle distinguere tra “infinito” e “indefinito”, venne rapidamente associato dai suoi critici più ortodossi, come Pierre-Daniel Huet, o dai suoi lettori eterodossi (come l’autore del Traité de l’infini créé) proprio alle tematiche più eretiche del grande filosofo di Nola.